Sabato 25 Febbraio 2012 – Salone di Villa Favard – Firenze
Relatori Fiammma Nicolodi e Elsa Martinelli.

UN LIBRO ED UN CD PER RICORDARE ERIBERTO SCARLINO

Serata dedicata al compositore e concertista del novecento italiano a Matino, sua città natale. Il legame con Firenze e l’esperienza egiziana.

Uno dei maestri “più affascinanti ed amati” del primo novecento musicale italiano (definizione di Piero Farulli), per venti anni docente al Conservatorio Cherubini di Firenze, Eriberto Scarlino, è stato onorato sabato 22 novembre 2008 con la presentazione di un libro e di un CD contenente sue composizioni ed esecuzioni pianistiche. La manifestazione, promossa dall’amministrazione comunale per iniziativa dell’assessore ai beni culturali Antonio Costantino, si è svolta a Matino, la cittadina del Salento dove Eriberto Scarlino, concertista e compositore, nacque nel 1895. Strettamente legata a Firenze la vita del musicista leccese. Titolare della cattedra di pianoforte al liceo musicale « Benedetto Marcello » di Venezia (1921), al conservatorio « Arrigo Boito » di Parma (1926), giunse al conservatorio fiorentino nel 1937. Particolarmente significativi gli anni della sua direzione del liceo musicale « Giuseppe Verdi » di Alessandria di Egitto, dal 1933 al 1935, per la sua intensa opera di riorganizzazione e diffusione della letteratura musicale italiana in Egitto. In particolare a questa sua esperienza è dedicata la monografia di Elsa Martinelli che è stata presentata, in occasione della cerimonia tenutasi proprio nel giorno di Santa Cecilia “patrona” della musica, assieme al CD curato dal maestro Francesco Libetta.

La serata, nel Palazzo Marchesale dei Del Tufo di Matino, si è svolta sotto il patrocinio del Comune di Firenze e dei conservatori Tito Schipa di Lecce e Luigi Cherubini di Firenze.

Programma della serata del 22 novembre 2008

Presentazione del volume
Elsa MARTINELLI:
All’ombra delle Piramidi. Eriberto Scarlino (1895-1962) e il Liceo musicale G.Verdi in Alessandria d’Egitto.
Edizioni del Grifo

Interventi:

Aldo BELLO
giornalista, scrittore e direttore della Rivista Apulia

Elsa MARTINELLI
musicologa

Presentazione del CD con musiche di Eriberto Scarlino.
Etichetta Nireo

Pianisti

Francesco LIBETTA
Giovanni CICCONI
Ines SCARLINO
Rosa Maria SCARLINO

Violoncellista

Giambattista VALDETTARO

Soprano

Simona GUBELLO

Ho la ferma convinzione che altri meglio di me qui a Firenze avrebbero potuto ricordare la figura del maestro Eriberto Scarlino a 25 anni dalla sua morte. C’è chi lo ha conosciuto nella realtà viva di affetti che nasce dalla lunga consuetudine con il suo insegnamento e tanti ancora lo ricordano nella sua attività pubblica di pianista. Ed è dunque fra i suoi allievi e fra i suoi colleghi di un tempo che probabilmente avrebbe potuto esserci qualcuno più di me in grado di ricomporre in un quadro organico la sua fisionomia di artista, di insegnante e di uomo. Eppure ho accettato volentieri il gentile invito rivoltomi dai familiari del maestro Scarlino perché ho ritenuto mio dovere portare la testimonianza di quanti come me, pur non essendo stati né suoi allievi né suoi colleghi, guardano ancora alla sua presenza a Firenze come ad un punto di riferimento vitale nella cultura della nostra città. E non ho certo bisogno di insistere troppo sulla singolarità stessa della manifestazione di stasera che ha caratteri senz’altro eccezionali almeno in rapporto con il costume più diffuso oggi. Scarlino musicista, sarà infatti ricordato come voi sapete, anche attraverso le pagine da lui composte, da allievi dei suoi allievi, riannodando quindi delle fila che la morte fisica evidentemente non ha strappato o disperso e riaffermando cosi la funzione tante volte contestata in anni non ancora lontani, la funzione dei veri maestri il cui compito non è soltanto quello di insegnare una tecnica e di affinare una qualche abilità manuale alla luce dell’intelligenza e dell’ istinto naturale con cui hanno a che fare, ma di lasciare in ognuno, un messaggio da far fruttare liberamente nel segno di quella continuità che e elemento caratterizzante dell’umanesimo occidentale.

La vita degli uomini non dozzinali, del resto, ha il senso costante di un innesto che si accresce e si modifica certo nel corso della sua maturazione fino ad approdare a marcate differenziazioni, ma gli innesti prendono un senso particolare proprio dalla continuità che stabiliscono con il loro primo nutrimento. Così anche Eriberto Scarlino partito ancora bambino dalla nativa Matino presso Lecce per approdare al lontano liceo musicale di Venezia, si trovà di fatto partecipe di un innesto che avrebbe avuto in seguito per sua libera scelta, un peso determinante nella sua formazione e nei suoi indirizzi artistici.

Del resto basta avere un’idea anche sommaria di quella che era la provincia italiana dei primi decenni del nostro secolo per avere la misura dell’importanza di quei primi contatti veneziani di Scarlino. Egli veniva per di più da una terra dove la musica era probabilmente soltanto sinonimo di teatro lirico e chissà quanto avrà sentito parlare delle glorie soprattutto di Umberto Giordano che apparteneva alla sua stessa gente come di quelle di un altro meridionale illustre come Francesco Cilea. A Venezia però trovo fra i suoi maestri quel Mezio Agostini che aveva saputo distinguersi oltre che come insegnante, per essersi applicato con qualche successo e senza dubbio coraggiosamente in rapporto al costume musicale italiano di allora, soprattutto nella composizione di musica da camera. E ancora a Venezia il giovane Scarlino ebbe fra i suoi maestri quel Giangiuseppe Bernardi che senza avere in seguito i riconoscimenti che toccarono ai pionieri più illustri della nostra musicologia, ha lasciato tracce di sé con alcune riscoperte di Galuppi, Cavalli e Pergolesi fondando addirittura una società di musica e strumenti antichi che oggi sembra assumere quasi un senso profetico. Ma Scarlino ebbe ancora fra i suoi maestri veneziani un personaggio singolarissimo come Gino Tagliapietra, risultato geniale di quel crogiuolo di esperienze culturali che avevano caratterizzato l’impero absburgico fino al suo tramonto. Tagliapietra infatti, italiano di famiglia, era nato a Lubiana ma aveva studiato a Vienna ed era stato allievo di Busonco a Berlino il che ovviamente spiega molte cose degli orientamenti di gusto di questo caposcuola ma ci aiuta anche a capire le ragioni profonde di quel personale innesto, come l’ho chiamato, che il pugliese Scarlino attuò nella cultura più avanzata del suo tempo. E allora appare davvero non casuale che Scarlino abbia debuttato ufficialmente proprio qui a Firenze alla fine del febbraio del 1917 quando aveva appena 22 anni. Suonò infatti alla Sala Filarmonica di cui oggi non è restata purtroppo alcuna traccia documentaria che non siano le cronache dei giornali, perché l’alluvione del 1966 mandò al macero insensatamente tutti i documenti ancora conservati nel magazzino del Teatro Verdi di Via Ghibellina, del cui edificio la famosa filarmonica faceva parte fin dalla metà dell’Ottocento. Suonò Scarlino insomma in un ambiente che aveva ancora il sapore di un emblema, di una scelta di cultura nel filo di quelle tradizioni pionieristiche della musica strumentale che a Firenze erano coltivate fino dai tempi della Firenze granducale. E non fu certamente casuale la scelta del programma che oggi si direbbe senz’altro di avanguardia accostando pagine di Scarlatti, di Martucci e dello stesso Tagliapietra, cioè di italiani che più o meno polemicamente si contrappongono ai fasti e alla popolarità del melodramma italiano a quelle di un Debussy ancora vivente e oggetto nella pubblicistica italiana ahimé spesso delle più banali e spesso offensive definizioni. E allora non desta meraviglia che Scarlino abbia suscitato l’attenzione ammirata proprio di uno dei più geniali critici italiani, cioè di Giannotto Bastianelli, forse l’unico allora in grado di guardare ai fenomeni della musica con mentalità davvero europea.

In fondo, in quel primo programma fiorentino di Scarlino con Scarlatti, Martucci, Debussy, Grieg, Chopin e Tagliapietra, c’era già in sintesi quello che sarebbe stato il suo mondo, la sua scelta di campo, il senso del suo innesto vitale nella cultura e nell’arte del suo tempo. Se fosse stato appena un po’ più vecchio forse potremmo ritrovare in lui le tracce più fruttuose di quella generazione dell’Ottanta che ebbe un peso tanto determinante nel favorire certi orientamenti di gusto che sono giunti anche con le loro mitologie fino alle generazioni a noi più vicine, ma il radar, per così dire di Scarlino era il suo pianoforte e fu soprattutto attraverso questo strumento che egli si inserì con la pacata autorevolezza degli autentici maestri nel mondo musicale circostante senza aver bisogno di superflue etichettature di scuola e soprattutto senza lasciarsi coinvolgere in atteggiamenti polemici fini a se stessi.

Ne abbiamo i segni significativi nei programmi che sono caratterizzati sempre dalla prevalente presenza di autori italiani e questi programmi del suoi concerti giungono dall’esordio ufficiale di quel lontano 1917 fino a pochi mesi prima della sua scomparsa quando suonò a Gorizia. Ne abbiamo conferma dalle tappe di altissimo livello del suo curriculum di insegnante da quando giunse nel 1925 appena trentenne a Firenze per la prima volta, ovviamente per concorso, ed ebbe la cattedra di pianoforte complementare e insieme però l’incarico di pianoforte principale fino alla sua prestigiosa presenza a Parma e poi ad Alessandria d’Egitto come direttore della scuola di musica. E ne abbiamo infine l’ultima grande conferma proprio qui intorno a noi con la scuola che egli riprese a Firenze nel 1937 dove si trovò a succedere ad Attilio Brugnoli e dove ha insegnato fino all’ultimo. E vorrei soffermarmi in proposito sui risultati evidenti della sua scuola perchè mi sembra di poter dire che la riprova della sua singolare statura di maestro e insomma di quella capacità di innestarsi di volta in volta nei tronchi più giovani del suoi allievi è evidente proprio nella libertà di espandersi che egli ha lasciato come soltanto i veri maestri sanno fare in quanti ebbero con lui dimestichezza di discepoli. Non voglio ovviamente far nomi per evitare dimenticanze ma è senz’altro sintomatico che egli abbia preparato concertisti e concertisti insegnanti, ma anche impareggiabili maestri sostituti e accorti organizzatori musicali, direttori d’orchestra e storici della musica perché nel suo insegnamento non c’era soltanto un severo apprendistato di carattere tecnico e un ausilio all’affinamento di propensioni naturali, ma quasi la consapevole certezza dei molti dei più di cui la musica e tramite.

É dunque proprio pensando a questo che ho accettato di parlare qui stasera io, che ebbi modo di conoscere il maestro Scarlino non soltanto da lontano quand’ero studente perchè non sono un pianista ma ho ancora presente però il piccolo mondo di giovani che gravitava intorno a lui quella specie di alone di saggezza che lo circondava e che arrivava attraverso i miei amici e compagni di scuola fino a me. E capii più tardi, quando l’età matura e la professione giornalistica mi consentirono di frequentarlo, che cosa c’era dietro quell’alone che avevo avvertito. C’era l’idea che la pratica musicale è soprattutto un tramite di umanità, un innesto continuo di culture e quindi un modo di essere continuamente solo e sempre insieme con gli altri per stabilire una catena di effetti e di conoscenze e come una staffetta fra generazioni diverse. Ed è per questo che lo ricordo ora con animo grato come il segno di una civiltà che vorrei non fosse scomparsa io che appartengo anagraficamente ad una generazione che ha creduto e crede ancora nei maestri; ed Eriberto Scarlino fu, senza dubbio, fra questi.

Applausi

Io penso che possiate riservare questi applausi più che a me ad una specie di incunabolo ormai, un frammento di esecuzioni che sono state recuperate da dischi a 78 giri e in cui specialmente per chi l’ha conosciuto sarà possibile ricostruire in qualche modo l’immagine di Scarlino pianista perchè si tratta di un piccolo pezzo di Zanella, un minuetto, e di due sonate di Scarlatti che ora vi faranno ascoltare. Grazie.

II 15 dicembre 1962 si spegneva in Firenze, aggredito da una crudele malattia, Eriberto Scarlino, pianista, compositore, maestro a una schiera di pianisti molti dei quali saliti a rinomanza nel campo del concertismo e dell’insegnamento. Al Conservatorio di Firenze Eriberto Scarlino insegnò per un quarto di secolo e nello stesso Conservatorio insegnano oggi alcune delle sue allieve. Bello è dunque e doveroso ricordarlo nelle pagine di questo Annuario, attento, oltre che all’oggi, anche alla vita musicale fiorentina del passato e a chi ne fu personaggio di spicco.

Eriberto Scarlino nacque a Matino (Lecce) il 29 luglio 1895. Avviato sin da bambino allo studio della musica e in particolare del pianoforte, entrò nel 1908 al Liceo Musicale “Benedetto Marcello” di Venezia avendo maestri Cesare Conti e Gino Tagliapietra. Seguì pure i corsi di organo sotto la guida di Oreste Ravanello e di composizione sotto la guida di Giangiuseppe Bernardi e di Mezio Agostini. Uscì dal “Liceo”, ferratissimo di studi, con tre diplomi in tasca: di organo (1912), di composizione (1913), di pianoforte (1915).

Nel 1917, alla “Filarmonica” di Firenze, esordì ufficialmente come pianista, ottenendo (lo leggiamo in un articolo di Bastianelli) uno schietto successo unanimemente giudicato presagio di un brillante avvenire. II concerto diede l’avvio a una carriera durata con alcune vacanze circa un cinquantennio e conclusasi l’anno stesso della morte con un concerto al CAM di Gorizia. Nell’elenco dei concerti, non pochi figurano eseguiti in duo o in altre formazioni cameristiche con noti strumentisti del tempo, quali i violinisti Fanfulla Lari, Crepax, Maglioni, Priano, Bignami, il violista Formentini, i violoncellisti Oblach, Cassadò, Grossi e altri che troppo lungo sarebbe nominare. Interessanti alcuni programmi monografici dedicati a musiche di Debussy, di autori inglesi, di Chopin, di Beetho­ven, di Pizzetti, di autori italiani contemporanei. Sempre in tema di programmi, si ascrive allo Scarlino il merito di avere recuperato composizioni di maestri italiani dell’Ottocento ingiustamente caduti in oblio, primo fra tutti il Martucci.

Negli articoli di giornali superstiti, firmati dai maggiori critici musicali del tempo, l’elogio maggiormente insistito ci sembra quello relativo alla sua tecnica chiara e sicura, alla nobiltà e al rigore stilistico delle sue interpretazioni, alla sua costante preoccupazione di costruire il pezzo nella sua totalità senza disperdersi nella cesellatura della frase. Elogio, quindi, del gusto e dell’intelligenza musicale.

Fitta di vicende è la carriera didattica di Eriberto Scarlino. Nel 1920 è professore di pianoforte, organo e armonia al Liceo musicale di Modena; nel 1921 vince il concorso per titoli ed esami alla cattedra di pianoforte principale nel Liceo musicale di Venezia; nel 1923 risulta primo tra ventidue concorrenti per la cattedra di pianoforte principale nel Conservatorio di Palermo e nello stesso anno e vincitore, ex aequo con Nino Rossi e Renzo Silvestri, del concorso per la cattedra di pianoforte principale al “S. Cecilia” di Roma. Nel 1925 è chiamato a insegnare senza concorso il pianoforte complementare nel Conservatorio di Firenze, ma l’anno dopo lascia tale insegnamento per quello di pianoforte principale nel Conservatorio “Arrigo Boito” di Parma, dove rimane sino al 1933 con una parentesi di due anni (1929-1931) relativa a un incarico di pianoforte al Liceo musicale di Bologna.

Nel 1933 Scarlino viene “comandato” dal Ministero degli Esteri al posto di direttore del Liceo musicale “G. Verdi” di Alessandria d’Egitto, dove la sua attività si esercita in varie direzioni, organizzativa, didattica e artistica, approdando a risultati cospicui e universalmente lodati. Ma inderogabili ragioni di ordine pratico lo costringono a ritornare in patria dopo solo due anni e a riprendere il suo posto di insegnante al Conservatorio di Parma. II ciclo si chiude col trasferimento, nel 1937, alla cattedra di pianoforte principale nel Conservatorio fiorentino: cattedra ambitissima già tenuta con enorme prestigio, per quasi un ventennio, da Attilio Brugnoli.

Eriberto Scarlino, è noto, fu pure compositore. Un esame anche solo esterno delle sue opere (in massima parte eseguite ma solo in piccola parte pubblicate) ci condurrebbe lontano dai limiti e dall’assunto di questo scritto. Ci contenteremo quindi di menzionare qui le più importanti, che sono il Preludio e fuga per archi e organo (1913), il poema sinfonico Le Villi per grande orchestra (1914), il Quartetto in mi minore (1915). Nel catalogo, oltre ad alcune liriche per canto e pianoforte e ad un Andante elegiaco per violoncello e pianoforte, figurano numerosi pezzi per pianoforte: le composizioni certo più significative e di più accurata scrittura, eseguite spesso dall’autore nel corso dei suoi concerti.

A chiusura di queste brevi note, vogliamo accennare alla figura umana di Eriberto Scarlino. Lo facciamo con piacere perchè su questo argomento i nostri ricordi collimano perfettamente coi ricordi, tuttora intatti, di quanti lo ebbero maestro, collega, amico o semplice conoscente. E sono ricordi tutti al positivo. Il carattere di Scarlino, infatti, non aveva bisogno di essere decifrato. Complesso, di quella complessità un poco “ruminante” tipica dei meridionali, ma senza contraddizioni, rivelava subito i suoi aspetti fondamentali, di cui il più vistoso ed insieme il più prezioso era senza dubbio l’estrema coscienza ch’egli possedeva delle proprie responsabilità: responsabilità di consorte e di padre, di artista e di maestro. Aveva un esemplare rispetto della persona umana, fosse pure un bambino, uno scolaro o un dipendente d’ufficio. Per questo era a sua volta rispettato da tutti e da tutti voluto bene. Questo “rispetto” si venava di altri e più complessi sentimenti nei riguardi delle donne. Potentemente attratto com’era dalle “terribili armi della beltà”, egli era per loro, ciò nonostante, il cavaliere antico, il cavaliere dell’ideale. Le sue allieve ne erano innamorate, e se ne comprendono bene le ragioni considerando che all’avvenenza dell’uomo facevano riscontro le virtù del maestro e la sua totale dedizione all’esercizio dell’insegnamento. D’altronde, fu proprio una sua allieva, una valorosa sua allieva, la signorina Lelia Roberto, a indurre Eriberto Scarlino a compiere un passo a cui egli si era sempre negato: il matrimonio. (“Mi sono sposato — incredibile a dirsi — il 1 settembre”, scriveva il 14 ottobre 1941 a una sua carissima amica e conterranea).

Molto resterebbe ancora da dire sulla figura di Eriberto Scarlino, ma in un volume dello “scolaro” Mario Fabbri (morto nel fiore degli anni straziato dallo stesso male di Scarlino) e precisamente il suo Alessandro Scarlatti, leggiamo una dedica, datata 7 agosto 1961, che lapidariamente ne riassume i meriti di uomo e di artista.

“All’illustre Maestro Eriberto Scarlino, che mi fu maestro valoroso e paziente e che mi sarà sempre modello di virtù, di rettitudine, di fruttuosa costanza nel duro cammino della vita e del ‘pellegrinaggio’ artistico, offro commosso, con tanta riconoscenza, questo umilissimo lavoro”.

Dolce è per noi in questo momento pensare a entrambi riuniti in somno pacis.

Paolo Fragapane

Estratto da Annuario del Conservatorio di musica Luigi Cherubini di Firenze, anno 1985-1986