Luciano Alberti

L’invito a ricordare Eriberto Scarlino a venticinque anni dalla sua morte lo sento come occasione fra le molte, ma particolarmente pungente per constatare quanto rapinosi e carichi di cambiamento siano passati questi anni: sia per la realtà musicale sia per la realtà generale di vita.

L’invito alla memoria mi viene dai figli del Maestro, che ho conosciuto adolescenti, accanto al padre (e accanto alla cara signora Scarlino), al primo aprirsi dei rispettivi orizzonti professionali.: musicale e letterario per le ragazze e didattico poi politico per Adalberto. E ciascuno di loro sa, vivendoli, come questi orizzonti si siano modificati in questo quarto di secolo. Si scorre la biografia del Maestro. Un giovane che, nato nel Meridione d’Italia, decide di far musica e risale la penisola vincendo concorsi per le sue straordinarie doti e per la sua serena tenacia. La preparazione musicale era solida: compone e la sua musica piace per dire a un Giannotto Bastianelli; ma Eriberto Scarlino smette di scriverne gia al primo dopoguerra; e smette ben presto anche di dare concerti per dedicarsi integralmente all’insegnamento del pianoforte, sottraendo questa prediletta attività ai possibili contraccolpi e alle ombre riduttive di una competitività che stava progressivamente diventando selvaggia. E’ un magnifico insegnante che onora il Conservatorio in cui esercita e la città in cui vive, in un tempo nel quale essere insegnanti al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze era prerogativa dei migliori.

Non amo voltarmi indietro; sono ben lontano da aver rimpianti di fondo. Si crede, si vuol credere che altri valori, secondo altri parametri e scale, si siano maturati o stiano in gestazione.

Ma la nostalgia personale resta.

Una figura come quella del Maestro Scarlino non la si incontrerà più: quella tranquilla coincidenza di artista, di insegnante e di capofamiglia, cosi rotonda sintesi di gentiluomo e galantuomo appartengono al passato

Tito Aprea

Eriberto fu per me l’amico caro, sincero, fervido. L’amicizia è, sovente, un buon contatto collegiale in cui il rapporto è fatto di interessi artistici collimanti.

Con lui era altra cosa. L’Arte (con I’A maiuscola) sovrintendeva, ovviamente, alle nostre visuali sia didattiche che estetiche: ma qualcosa di espressivo, di intensamente armonioso, di affettuosamente chiaro e profondo faceva del pensiero e della parola di Eriberto due elementi umani che lo facevano catalogare come fratello più che amico.

E come collega fratello ho seguito la sua lucente strada di musicista dalle doti virtuose e di didatta eccelso: e come fratello ne piansi la dipartita.

Fu un musicista che voile tenere chiusa (purtroppo!) nella modestia la voce di una personalità che avrebbe potuto, ben più altamente e sonoramente, esprimersi nel mondo della musica. Ma la sua opera intensa svolta in molti centri culturalmente evoluti (Venezia, Parma, Firenze) e, come direttore di Istituto Musicale, all’estero (Alessandria d’Egitto ha lasciato orme non dimenticate e non dimenticabili in chi ebbe la fortuna di conoscerlo ed in chi ebbe I’onore di assorbirne la parola di Maestro.

Nel tracciare queste poche disadorne parole mi pare di parlare con lui, ed il mio spirito ne è felice come quando si è sicuri di aver avuto contatto con un eletto

Lando Bartoli

Conobbi il Maestro Eriberto Scarlino al “Chiostro Nuovo”, un’associazione nata subito dopo la seconda guerra mondiale i cui propositi e programmi erano riassunti nel titolo.

II primo presidente fu Alberto Chiari e l’infaticabile Pietro Fabbri il segretario.

II tempo, si tratta di decenni, ha annebbiato di molto i ricordi e le immagini delle persone che operarono all’interno del “Chiostro Nuovo”; esse si sono confuse nella memoria o, per meglio dire, si propongono come in una sorta di grande affresco che le vicende della vita e l’inclemenza del clima atmosferico hanno guastato ma non ne hanno impedito del tutto la lettura.

Queste immagini sono quelle di Bernardino Cicala, di Giorgio La Pira, di Giuseppe Vedovato, di Gian Gualberto Archi, di Paolo Frezza, di Adriani, di padre Balducci, e anche di Giovanni Papini (in casa del quale ebbi il privilegio di essere introdotto per parlare del “Chiostro Nuovo” e di iniziare una indimenticabile amicizia) il quale dal di fuori non disdegnò di dedicare la sua attenzione ai problemi dell’associazione. Sono le immagini di tanti altri personaggi di notevole peso culturale.

In questo affresco che mano a mano cerco di afferrare nel suo complesso, si fa luce un volto che fino dal primo momento si impose alla mia attenzione quando ebbi la prima occasione di incontrarlo; quello di Eriberto Scarlino che conoscevo di fama attraverso gli apprezzamenti sul piano professionale che membri della mia famiglia gli dedicavano e per l’amicizia con il mio babbo che gli disegnò le librerie del suo studio.

Ricordo cosi i nostri colloqui ed i nostri interventi nelle adunanze al “Chiostro Nuovo”, la sua bontà trasparente nel modo di argomentare e la sua fine educazione.

Sono grato ai figli di avermi offerto questa occasione nel 25′anniversario delta scomparsa di ricordarlo con sentimenti di sincera amicizia e come un esempio di quel costume di onestà culturale che oggi si fa sempre più rara.

Arturo Benedetti Michelangeli

Del Maestro Eriberto Scarlino serbo il migliore ricordo come Musicista, insegnante e collega.

Silvano Berlincioni

Gentile signora,

ricorrendo il 25′ anniversario della scomparsa prematura di suo marito, mi è caro ricordare gli anni in cui ancora ragazzo frequentavo il salotto culturale di casa del cavaliere Raffaello Pagni, continuatore della tradizione rinascimentale dei mecenati fiorentini, in via Vespasiano da Bisticci. Erano gli anni a cavallo della II guerra mondiale.

E’ stato li che ho conosciuto il maestro Eriberto Scarlino, Carlo Zecchi, Giovacchino Maglioni, il maestro Beato, ho imparato a conoscere e ad amare la musica classica che fino da allora mi era sconosciuta. Da quel salotto ricordo passavano i più bei nomi che approdavano al teatro comunale di Firenze negli anni del suo grande splendore. In quel salotto poi passavano anche gli esponenti di tutta la cultura italiana non fascista, pittori, scrittori e uomini d’arte.

Io, giovane studente ginnasiale e liceale, ascoltavo e godevo delle loro parole e anche della loro grande cultura, che e stata base della mia preparazione umanistica.

Con molta gioia, ma altrettanto rimpianto, ricordo ancora, dopo tanti anni, quelle stupende giornate che anche il maestro Eriberto ha contribuito ad arricchire e rendere più interessanti.

Massimo Bogianckino

All’inizio degli anni cinquanta, quando tornai in Italia dopo una assenza di sei anni, c’erano solo 12 conservatori di musica. Circa 40 maestri erano titolari delle cattedre di pianoforte principale: assai diversi l’uno dall’altro per scuola, per gusto, per qualità di talento ma tutti indiscutibilmente approdati alla loro prestigiosa cattedra sulla base di una selezione rigorosissima. E dai pianisti della mia generazione, questi quaranta maestri erano tutti conosciuti; li guardavamo con rispetto, con ammirazione, qualche volta con un po’ di invidia e questi sentimenti li manifestavamo di norma schiettamente, senza alcuna servilità. Tra questi maestri, in primissima linea, c’era Eriberto Scarlino. Cosi venni a Firenze, per incontrarlo; egli, al corrente della mia attività, mi accolse con simpatia, con solidarietà, con comprensione; era allora mio desiderio quello di tutti noi: poter un giorno divenire maestri in un Conservatorio, ed io ambivo particolarmente a Firenze, città che fin da allora amavo oltre misura.

Tutto è ora diverso come è, forse, normale: il numero del Conservatori supera la cinquantina e quello dei maestri credo che sia di varie centinaia; il rapporto anche sul piano dei sentimenti è dunque assai diverso. Siamo comunque tutti molto più indifferenti. Oggi la maggior parte dei maestri appartiene alla categoria dei pendolari o dei confinati e assai più tenui sono i legami professionali, e perfino affettivi, con l’Istituto nel quale essi insegnano. Io stesso, dopo aver insegnato al Rossini di Pesaro e al S. Cecilia di Roma, ho reciso i miei legami e sono passato all’Università;una circostanza forse singolare ma che sarebbe allora sembrata del tutto abnorme.

Scarlino, del resto, aveva tutti i numeri di quei “cavalli di razza” che erano i maestri di allora, per i quali lo strumento, dunque il pianoforte, rappresentava si il culmine delle loro più intense ambizioni ed esigenze espressive, ma fiorite su un terreno tutto nutrito di musica.

Scarlino si diploma addirittura dapprima in organo poi in composizione e solamente dopo in pianoforte e queste varie attività esercita tutte con passione, eccellendo tuttavia nell’ambito pianistico. Ebbi rare occasioni di ascoltarlo ma ricordo che attraverso il suo pianismo sapeva soprattutto confessare una finezza di sentimenti con un fraseggio pieno di poesia.

Tra le carte di suo padre, il collega ed amico Adalberto Scarlino ha ritrovato e mi ha mostrato delle annotazioni che mi concernevano e che mi erano sconosciute: un giudizio lusinghiero ch’egli aveva condiviso con Benedetti Michelangeli nell’occasione di un mio concorso. E’ una ragione di più per ricordarlo con devozione e con gratitudine.

Francesco Saverio Borrelli

Penso assai spesso a lui, e rivedo con commozione “la cara e buona immagine paterna” (le parole non sono mie, ma di Dante) di chi mi è stato per tanti anni guida nel dominio ricchissimo e preziosissimo dell’Arte, dal quale ho tratto il più squisito alimento per la mia vita spirituale. Ricordo la mia prima lezione con lui, nel lontano autunno del 1948, ricordo la trepidazione e il timore dei minuti in cui attendevo di essere introdotto e, dopo, la sensazione di impagabile, insostituibile arricchimento con cui ogni volta tornavo a casa dopo le sue lezioni; allora, quando lo conobbi, ebbi per la prima volta l’impressione precisa di cominciare veramente ad apprendere un nuovo linguaggio …

… Possedeva quella generosa comunicativa del vero maestro che faceva si che nei rapporti con gli allievi non conoscesse limiti di tempo ne’ di argomenti.

Rodolfo Caporali

Ci sono persone con le quali, per ragioni di lavoro o altro, si ha occasione di avere contatti frequenti, talvolta per lungo tempo, ma che poi scompaiono senza lasciare in noi alcun ricordo; altre invece che, malgrado i rarissimi incontri, perdurano indimenticabili nel nostro animo. Fra queste, per me, Eriberto Scarlino. Solo tre volte ebbi occasione di avvicinarlo e la prima a sua insaputa: fu infatti durante un suo concerto per la Filarmonica Romana, nella vecchia Sala Sgambati (da tempo scomparsa con la delittuosa demolizione dell’Augusteo). Pur giovanissimo avevo le mie idee e mi piacque ritrovarle nelle interpretazioni di quel pianista, nuovo per il pubblico romano, cosi armoniose, contenute e sensibili.

Ricordo ancora perfettamente la linea e la sonorità del “Preludio, Corale e Fuga” di Franck, soprattutto la nobiltà dell’eloquio e l’equilibrio tra classicismo e romanticismo, da lui mirabilmente raggiunto.

Dopo molto tempo nel ’39 toccò a me suonare quel pezzo davanti a Scarlino, questa volta giudice, durante le prove d’esame (audite juvenes!) del concorso per una cattedra a S. Pietro a Majella; in commissione con lui Tagliapietra e Bustini. Durante il concorso, che si svolgeva a Roma, mi resi conto che egli mi seguiva in un modo differente dagli altri, seguiva cioè, nelle mie esecuzioni, lo svolgersi della vicenda musicale al di sopra di quella strumentale. A vittoria avvenuta seppi più tardi che essa era dovuta soprattutto al suo giudizio favorevole e ne fui lieto. In quell’occasione e ancor più anni dopo (durante un concorso per titoli dove eravamo insieme in commissione accanto a Benedetti Michelangeli, Gargiulo e Vincenzo Mannino) potei apprezzare le rare doti di Scarlino nella veste di musicista-giudice; particolarmente il grande senso di responsabilità, la riflessione, la riservatezza, la fine educazione. Quando una asserzione altrui lo contrariava si poteva facilmente leggergli negli occhi la riprovazione, ma la risposta, maturata in un lampo, risuonava pacata, e pur ferma e chiara, convincente per la sua giustezza più di qualunque reazione.

E’ per tutto questo che annovero oggi fra i miei più cocenti rimpianti quello di aver avuto cosi pochi e brevi occasioni di essere accanto a lui, alla sua nobile figura di uomo e di musicista alla quale per tante affinità mi sentivo vicino.

Alvaro Company

Rammento Eriberto Scarlino da quando ero studente in Conservatorio fino agli ultimi anni in cui mi onorò della sua stima di collega. Approfondendo con il tempo la sua conoscenza, ho avuto modo di ammirare sempre di più, oltre alle sue indiscutibili qualità di musicista e di didatta (capostipite di una folta schiera di brillanti pianisti), le grandi doti di umanità del suo animo ricco e schivo di ogni facile consenso.

Come il frutto della sua attività è presente e indissolubile nel mondo della musica, cosi è caro e vivo il suo ricordo in chi lo conobbe e ebbe modo di apprezzarlo.

Katherine Lester Crivelli

/ miei ricordi di Eriberto Scarlino sono legati in modo particolare agli anni in cui avevo ripreso a studiare il pianoforte, e andavo a lezione dal maestro.

Quelle ore di studio furono straordinariamente felici! Il maestro possedeva una rara abilità nell’insegnare. Aveva molta pazienza e un grande rispetto per l’alunno. La sua stessa presenza, così serena e benevola, incoraggiava a suonare meglio. Egli ascoltava con attenzione le mie “interpretazioni” dei vari pezzi che stavo studiando. Non gli sfuggiva il minimo errore, ma per correggere aspettava che avessi terminato il pezzo, per non interrompere l’esecuzione. Poi spiegava le difficoltà di certi passaggi, indicava le sfumature della composizione, mi faceva penetrare nello spirito di quella musica, e comprendere la costruzione del pezzo.

L’ora della lezione passava in un baleno. Il maestro amava parlare della musica, e talvolta mi raccontava di qualche episodio nella sua carriera di concertista. Aveva molto senso di umorismo, e quando parlava di sé era sempre con modestia. Era una gioia quando si metteva al pianoforte, per farmi meglio capire la giusta esecuzione di un brano. Il ricordo più vivo e profondo per me rimane la sua bontà, e il suo vivo amore per la musica, che riusciva a comunicare all’alunno. Una volta mi disse: “E’ molto importante suonare con sentimento”. Questa frase mi è rimasta impressa; mi pare che il maestro dicendo così, abbia espresso un pensiero colto dai grandi musicisti del passato.

Dario De Rosa

Conobbi Eriberto Scarlino nel lontano 1938 in occasione di un concorso. Io suonavo e lui mi giudicava. Ricordo ancora la sorpresa che provai quando, a concorso concluso, mi si avvicinò con semplicità per dirmi parole di apprezzamento. Io ero poco più che un ragazzo e lui rappresentava un’autorità nel mondo della musica. Da allora – e fino alla sua scomparsa – mantenemmo un rapporto affettuoso, pur nonostante i pochi incontri.

Eriberto Scarlino rappresentò veramente la figura del galantuomo di altri tempi. Fu musicista di profonda dottrina e illuminato uomo di cultura. La curiosità di conoscere non gli mancò mai. Lo ricordo sempre come si ricorda un amico.

Mario Fabbri

Una dedica di Mario Fabbri (Firenze 1931-1983), musicologo, direttore dell’Accademia Chigiana di Siena. “Al carissimo mio grande Maestro come segno di filiale devozione. il suo Mario Fabbri” accompagnata da un estratto dai “Pensieri” di Leopardi.

Piero Farulli

Eriberto Scarlino, un nome glorioso, degno del più grande rispetto, della più alta deferenza nella storia passata del Conservatorio Cherubini, un nome per me legato ai tempi lontani, nella difficile situazione di studente lavoratore, ma anche al felice inserimento dopo anni di esilio pendolare fra Bolzano e Perugia, nella prestigiosa condizione di docente al Cherubini.

Direttore allora era Antonio Veretti, uomo acuto, colto, autenticamente musicista, che guidava con equilibrio e severo impegno il Conservatorio. D’altra parte il suo compito era reso più facile dalla presenza di docenti di grande statura umana e artistica, figure di veri maestri che i giovani avvicinavano con rispetto riverenziale. “Pochi, felici!…” Perchè le dimensioni dei conservatori allora erano ben diverse e le cattedre di pianoforte non erano neanche lontanamente paragonabili alla catastrofica situazione odierna.

Eriberto Scarlino era uno dei maestri più affascinanti e amati. Del resto la sua formazione internazionale lo poneva automaticamente ad un livello di grande prestigio, prestigio che i risultati della sua classe rinsaldavano vieppiù. I suoi saggi erano degli autentici concerti, dei veri e propri avvenimenti che segnavano generalmente l’inizio di sicure carriere tanto nel difficile mondo del concertismo quanto in quello non meno impegnativo della didattica.

La sua scomparsa fu un tremendo evento, un lutto non solo per la famiglia (e ancora ricordo la pena e il senso di umana solidarietà per quei quattro figli ancora adolescenti), ma per tutto il mondo musicale fiorentino; per allievi i docenti del Cherubini, profondamente attaccati all’artista, ma anche all’uomo mite, che sapeva contemperare allo stesso tempo fermezza e comprensione, severità e dolcezza, tanto da aver dato un forte contributo a questo umano convivere.

Margherita Gallini

Nonostante siano trascorsi tanti anni, l’affetto ed il ricordo del maestro sono tuttora vivi in me, conseguenza questa del suo insegnamento che esplicava così tanta dedizione ed amore.

L’impegno, la serietà, ed il rispetto per la musica che traspariva da ogni sua lezione, mi sono stati d’esempio e sono stati fondamentali per la mia formazione musicale.

Ricordo ancora con profonda nostalgia, quando il maestro sedeva al pianoforte, e noi tutti della classe, facendo cerchio attorno a lui, lo ascoltavamo con intensa ammirazione, consapevoli del suo valore artistico e dell’alto messaggio musicale che ci trasmetteva.

Benedetto Ghiglia

Cinquant’anni precisi dal suo ingresso “in classe”. Una particolarissima severa riservatezza distingue subito il suo modo di “far lezione”. II lavoro infaticabile al pianoforte, l’approfondimento rigoroso sul testo musicale, la ricerca continua del meglio possibile diventarono compiti che non finivano mai.

Così doveva essere “lo studio” secondo Scarlino, sollecitato prima di tutto con la forza tenace dell’esempio personale.

Una certa confidenza venne più tardi: aveva fatto intanto amicizia con mio padre Oscar Ghiglia che l’aveva preso in grande considerazione e stima come musicista e come persona e diceva di sentirsi sempre obbligato per “la pazienza” che doveva avere con me.

Cominciai a frequentare la sua casa di via Scipione Ammirato. I libri erano dappertutto, anche in terra. L’ossessione degli orari, scanditi dall’inseparabile orologio da tasca. Le apprensioni per i tempi oscuri che si andavano addensando. II vederlo provare e riprovare un “passo” particolarmente difficile. Il trovarlo sempre inappuntabile nel suo vestito di flanella grigia …

Certo, ora rimpiango una memoria cara e lontana. Mi auguro di non averne del tutto dispersa l’eredità.

Pietro Grossi

Ho avuto le prime notizie di Eriberto Scarlino in gioventù, da mia madre. Essa, assidua frequentatrice dei saggi del Conservatorio “B. Marcello” di Venezia nei tempi in cui Scarlino era colà studente, mi ricordava spesso quanta ammirazione suscitavano in lei e in altri le promettenti esecuzioni del giovane.

Fu quindi con viva emozione che all’inizio della mia camera a Firenze ebbi ulteriori notizie del suo valore di artista e di docente. Ricordo con gratitudine, quando lo conobbi personalmente al Conservatorio in veste di collega negli anni quaranta, la sua gentilezza e la sua attenzione, insieme ad altri docenti tra i quali Gioacchino Maglioni, Rio Nardi, Guido Guerrini, Vito Frazzi, nei confronti delle mie iniziali prove di musicista.

Per sua iniziativa preparammo ed effettuammo alcuni concerti da camera. Essi mi permisero di conoscere più profondamente il valore del pianista e della sua arte caratterizzata da una rara e aristocratica finezza interpretativa. Qualità che, unite alle sue doti di affabilità e modestia, ne facevano una personalità insigne che ritengo abbia lasciato duraturi ed esemplari segni in molti che lo avvicinarono, così come a me è accaduto.

Francesca R.Lapiccirella

Sono passati tanti anni, ma il ricordo di quando, bambina, per la prima volta andai a lezione dal maestro Scarlino è sempre vivo in me.

Sono impressioni, sono sensazioni; è un qualcosa che lascia una traccia indelebile.

Il maestro era pieno di cultura, di sensibilità, di amore per l’insegnamento. Fra lui e mio padre nacquero subito una stima e un affetto reciproco. Uomini del “sud” che avevano fatto tutto con le loro forze, con l’intelligenza e l’amore per il lavoro che avevano scelto come “missione”.

Indubbiamente sono stati padri molto impegnativi per noi figli.

Era davvero difficile “crescere”alla loro altezza. Ma ci hanno lasciato l’amore per le cose belle, per la famiglia e quest’amicizia tanto solida e vera da farcela sembrare naturalissima.

Giacomo Miari

E’ necessario ricordare la figura di Eriberto Scarlino, musicista che fin dal perìodo prebellico fece “grande” (con Lupi, Nardi, Dallapiccola ed altri) il Conservatorio di Firenze.

A quel tempo ero un ragazzo ma il ricordo del maestro Scarlino e della sua personalità umana ed artistica è ancora vivo ed immutato. E’giusto dunque che gli studenti di oggi sappiano dì lui: quanto ha dato all’arte musicale e quanto, attraverso i suoi allievi, continui a dare.

Con la sua straordinaria professionalità ingentilita dalla signorile e cordiale presenza, sapeva rendere lieve e felice la dura disciplina pianistica.

Fu insomma un “vero” maestro, e perciò amato rispettato e rimpianto.

E’ molto importante che questi valori si proiettino nel futuro, come patrimonio ideale dei giovani musicisti e del nostro Conservatorio.

Miriam Donadoni Omodeo

Al primo contatto, ciò che più colpiva in quello che si sapeva essere un grande ed autorevole maestro, era la straordinaria cortesia; e, se si veniva a parlare di cose serie, il tono addirittura umile eppure fermissimo delle sue affermazioni.

Quando gli ho chiesto un consiglio da maestro, in un momento ha fatto sfilare davanti a me sul leggio del pianoforte tutte le possibili edizioni del pezzo in questione, con serenità e precisione di commento filologico.

Aveva da farmi un appunto e me lo fece in questa forma: “Il fraseggio che fa lei in questa pagina è molto bello, e in un concerto lo ascolterei col massimo interesse, anzi posso dire che mi piace di più; ma nessuna edizione lo porta, e a scuola non si può fare”.

Accompagnò il rimprovero con un sorriso molto dolce; e ancora gli sono grata di tanta squisitezza e di tanta dottrina.

Lucia Passaglia

A Firenze Eriberto Scarlino si è imposto soprattutto come didatta e non perché venissero disconosciute le altre sue qualità, ma perché è stato il capo-stipite di una scuola pianistica che nei suoi allievi ha dato segno di grande maturità, e di elevatissimo livello, tanto che venivano a studiare con lui anche giovani stranieri che per fama conoscevano le sue capacità.

Concertista di classe, nobile compositore e soprattutto maestro esemplare, seppe sempre infondere negli allievi quell’amore per la musica che nel rispetto e nella umiltà trova le sue basi imprescindibili. E se il suo contegno schivo di esteriorità poteva in un primo momento farlo credere un carattere distaccato, poi nel rapporto umano egli spiegava una tenacia ferrea, un’intelligenza superiore una saldezza di principi, una ricchezza di intimità; sicché fu maestro anche sotto un profilo umano ed educò gli allievi al terrore della mito-mania e alla temperanza dello spirito sotto quella stessa dura disciplina che egli aveva imposto a sé stesso.

Luigi M.Personé

“L’insegnamento, si, ma il concerto …”. Si discorreva con Eriberto Scarlino al tavolo di un caffé in piazza della Repubblica che allora si chiamava piazza Vittorio. A Firenze.

Gli riferivo su un concerto di Cortot ascoltato a Parigi, cui segui una mia conversazione col grande pianista. A mano a mano che si parlava, Scarlino, prendendo lo spunto da quel che gli dicevo su quell’incontro, si entusiasmava e si accalorava ad esprimermi le sue idee sui concerti in genere.

L’insegnamento può risultare una fase essenziale nell’itinerario di un musicista. Serve di rodaggio anche per chiarire le proprie idee, per impadronirsi della tecnica: ma il far concerto e il suo momento culminante. Libero da preoccupazioni didattiche, sembra che egli non debba dar conto a nessuno.

II maestro si ritira; e vien fuori l’artista con la sua realtà rimasta fino a quel punto nascosta perfino a se stesso. II concerto vale di rivelazione.

Lo interruppi: La farfalla vola … Chiamala pure farfalla. Certo, non e crisalide. Temperamento e stile si impongono nel concerto. In un altro giorno, il discorso cadde sulla lunghezza del concerto. I concerti di Scarlino comprendevano i pezzi più vari: trascorrevano nei secoli, nelle ispirazioni, nei gusti. Egli mi spiego: — E’ come se un interprete d’arte o di poesia punti su un nome e su una forma. Come si fa ad affermare che è capace di accostarsi all’universale? Dante o Petrarca e non Leopardi o Manzoni? Esiste una varietà, una ricchezza anche per lo spirito per lo spirito dell’artista musico che si riversa sull’ascoltatore e, dicono, lo consola.

Dino Pieraccioni

Conobbi il professor Eriberto Scarlino negli anni subito dopo la seconda guerra mondiale. Egli era gia titolare di pianoforte al Conservatorio “Cherubini”, io insegnavo allora latino e greco al liceo e solo successivamente passai come incaricato all’Università. Lo incontravo spesso sul 6, ch’era allora un tram, e la conversazione era facile e gli argomenti non mancavano: la scuola, gli studi, i suoi quattro figlioli ancora piccini, ma le due figlie Rosa Maria e Ines gia avviate a diventare apprezzate pianiste.

Più spesso lo vedevo, la sera, in via Gino Capponi, 15, dove aveva sede il “Chiostro Nuovo”, un centro di cultura cattolica di largo prestigio. Ma soprattutto vi avevano sede, dal 1953 al 1962 (che fu anche l’anno della morte dello Scarlino) i miei “Sabati dello Studente”, dico “miei” in quanto ne ero (per elezione annuale, sia chiaro, non per autodesignazione) il presidente. Un’associazione di professori e studenti universitari e medi che teneva (da qui il nome) le sue riunioni settimanali al pomeriggio di ogni sabato, accogliendo come relatori o direttori di ampi dibattiti i nomi più prestigiosi della cultura e della scienza, da La Pira a Padre Turoldo a Capitini, da Migliorini a Devoto a Garin, da Contini a De Robertis a Calamandrei. Ogni sabato le riunioni erano non solo un’occasione di incontri, di conoscenze, di nuove amicizie, ma soprattutto negli interventi del pubblico una vera “palestra” di idee e di programmi.

II professor Scarlino era fra questo pubblico, che riempiva, spesso fino all’inverosimile, l’ampia sala di via Capponi, un frequentatore non certo fra gli ultimi. Così, a venticinque anni dalla sua scomparsa (un quarto del nostro secolo, grande spazio della nostra vita mortale) mi è grato rivederlo, quasi riprendendo idealmente i nostri incontri e i nostri “scambi” di idee sul piacevole tram numero 6 da piazza San Marco ai viali di circonvallazione.

Leonardo Pinzauti

Mi sono domandato più volte perchè, fra i ricordi della mia gioventù alcuni personaggi mi siano rimasti fissi nella memoria, anche se non erano stati fra i miei insegnanti: la mia generazione, è vero, nei maestri ha creduto, né il nostro modo di contestare il mondo che ci stava intorno aveva per temi le baronie universitarie, la cultura borghese e quella cosiddetta alternativa. Ci si doveva preoccupare di questioni più gravi, c’era stata la guerra, e quando ne uscimmo tragicamente vivi, avevamo bisogno soltanto di riaccendere la fantasia e di ritrovare maestri veri, fuori della mischia e della retorica.

Ma anche se la mia generazione credeva nei maestri quelli con i quali si aveva un rapporto diretto che nella musica significa uno stare gomito a gomito, come in una bottega di artigiani mi capita ora di accorgermi di aver avuto maestri anche al di fuori della pratica scolastica, e fra questi ha un posto singolare Eriberto Scarlino, l’illustre pianista e didatta che conobbi soltanto net corridoi del Cherubini e di cui ricordo però lo stile aristocratico ed espressivo quando lo ascoltai in concerto nella Sala del Buonumore Ne sento ancora soprattutto la voce grave e pacata, e ho davanti agli occhi il modo con cui i suoi allievi parlavano di lui, e come lui li intratteneva ma ho presente anche quel piccolo mondo di giovani che egli faceva crescere intorno a se, e che diventava il portavoce candido e appassionato della sua civiltà di uomo e di artista.

Alberto Ventura e Lucia Passaglia, tanto per fare due nomi, mi fecero da tramite inconsapevole di un rapporto che oggi, a momenti, quasi mi sorprende, tanto si carica di nostalgia. Eppure e cosi, anche se non sono un pianista e non ho avuto Scarlino fra i miei insegnanti: perchè lui era un maestro vero, e stabiliva una sorta di alone intorno a se. Me ne accorsi specialmente quando l’eta matura e la professione giornalistica mi consentirono più tardi di frequentarlo e di ascoltarlo parlare, e non soltanto di musica. Capii allora, infatti, che la pratica musicale era per lui un tramite di umanità, un modo di essere solo e sempre insieme con gli altri, per stabilire una misteriosa catena di affetti, e come una staffetta fra generazioni diverse di musicisti. E lo ricordo proprio cosi, con animo grato, come il segno di una civiltà che vorrei non fosse scomparsa.

Carlo Prosperi

Il ricordo di Eriberto Scarlino mi conduce alla fine degli anni trenta, poco prima delta seconda guerra mondiale.

In quel periodo ero studente di composizione al Conservatorio di Firenze e conobbi Eriberto Scarlino, uno dei docenti alla cattedra di pianoforte principale allora in organico nell’Istituto.

Debbo dire che la mia conoscenza del maestro avvenne in maniera, diciamo cosi, “trasversale”, poichè non ero studente di pianoforte principale e non ebbi con Scarlino veri e propri contatti diretti. Conobbi tuttavia il maestro per la notorietà e l’apprezzamento che lo circondava nell’ambiente musicale italiano, in quello cittadino e, particolarmente, all’interno dell’Istituto.

Ricordo che i saggi di studio delta sua scuola, ai quali io non mancavo di assistere, suscitavano entusiastici consensi di pubblico per la capacita, la preparazione e la serietà artistica degli allievi.

Credo che con Scarlino, e con i docenti Nardi e Scarpini a lui colleghi in quel tempo, il Conservatorio di Firenze abbia espresso il livello didattico pianistico più elevato nella storia dell’Istituto. Va pero precisata la diversità fra il Conservatorio di allora, improntato ad una severa selezione dei docenti e dei discenti, da quella del Conservatorio odierno allargato all’accoglienza di una popolazione scolastica numerosa, se non di massa.

Eriberto Scarlino fu anche apprezzato compositore di musiche per orchestra, da camera e, particolarmente, per pianoforte. Queste ultime ancora oggi formano oggetto di studio.

Piero Scarpini

Restano nel mio ricordo, in questi trascorsi venticinque anni, la grande umanità e le esemplari doti artistiche di Eriberto Scarlino.

Giovanni Semerano

Il mio primo incontro con il maestro Scarlino risale ad anni lontani, quando egli, con la famiglia, venne a trascorrere l’estate a Marina dei Ronchi. Il suo nome era accompagnato dalla rinomanza di squisito e sapiente pianista e di un ineguagliabile magistero nell’insegnamento della sua arte.

Come me, venuto in Toscana da una regione ove risuonano ancora accenti greci, ricca di tradizioni culturali ed artistiche, serbava nella voce il timbro pacato e dolce del suo linguaggio natio. Gli era cara e familiare la tradizione musicale della sua terra: ci occorse talvolta, in colloqui lungo il mare o tra i pini della Versilia, ripercorrere pagine di una storia melodica che vada da Piccinni a Giordano, da Paisiello a Traetta, a Leo, a Pago.

Ma il suo sguardo non si distoglieva a lungo dal quadretto familiare, animato dalle prodezze dei suoi bimbi, Adalberto e Rosa Maria, vigilati dalla madre, una stupenda bellezza silenziosa e assorta. Cosi, nella brezza che toccava appena le onde e scompigliava i riccioli dei bimbi, si scioglieva un giorno un discorso colorito e animato che chiudeva: “il linguaggio diatonico con cui Palestrina interpreta un soffio dell’armonia cosmica…”. Ed è in quell’armonia che mi piacerebbe ora inseguire e fermare il suo profilo.

Maria Tipo

Conobbi Eriberto Scarlino molti anni fa: lui insegnava al conservatorio “Cherubini” di Firenze e la sua fama di grande didatta mi era già nota.

Quando giunsi nell’’ambiente fiorentino potei stabilire con lui un rapporto di conoscenza più diretto che mi dette la possibilità di scoprire il suo elevato livello di musicista e di compositore.

Mi resi presto conto che si trattava di un vero gentiluomo: misurato, correttissimo e gentile. Non era uomo di molte parole, ma sapeva ugualmente comunicare agli altri le sue idee: lo sapeva fare benissimo nell’insegnamento, in cui riusciva a trasmettere, con un fluido che è proprio dei grandi maestri, i suoi preziosi suggerimenti. E lo sapeva. fare anche nel rapporto con gli altri, improntato ad una linea di comportamento priva di formalismi, molto concreta e pragmatica.

Seguire negli studi del pianoforte le sue due figlie Rosa Maria e Ines (divenute a loro volta eccelse didatte) è stato ancora un modo di rispondere alla sua stima e alla sua considerazione.

Dopo tanti anni dalla sua scomparsa, lo ricordo con profondo rispetto e grande ammirazione.

Marcello Vannucci

Eriberto Scarlino. Venticinque anni dalla sua morte. Mania di Vincenzo Monti, meglio dire “vezzo”, che ogni artista fosse accolto in un cielo speciale. Restiamo increduli; salvo una fiducia illimitata nel potere delle Muse. Neppure Eriberto Scarlino, che pur era un sognatore, ci avrebbe creduto. Il passato è un cifrato, se fingiamo di averlo recuperato totalmente, il codice mostra le sue smagliature. Di Scarlino ricordo l’estrema civiltà. La straordinaria sensibilità. La pacatezza di fronte ai problemi della vita. Certi silenzi. Uguali a quelli di Montale. Ed erano proprio i “tempi di Bellosguardo”, delle “Occasioni”,., “il brusio della sera s’assottiglia / e gli alberi discorrono col trito / mormorio della rena”. Suoni, che un musicista riuniva assieme … “II rumore degli embrici distrutti / dalla bufera …”E sarebbe venuta anche la “bufera”. La guerra e la diaspora di amici ed invitati. I tempi de “L’Antico Fattore”: nel mio promemoria di ragazzo. Altro suono: quello dell’embrice. La musica di Scarlino lo avrebbe interpretato. Scarpini, Dallapiccola, Tamburini, Rossi, Labroca, Casella: L’elenco da decifrare s’infittisce. Fausto Torrefranca sonnecchia tra i ricordi, nella quasi fratesca solennità del vestire; spuma Dallapiccola con le sue inesauribili trovate: Mario Rossi col suo fisico da maratoneta per t’odierna performance di New York. E di lui? Di Eriberto Scarlino? Lo specchio mi rimanda l’uomo appartato; schivo; quasi l’avesse incantato una sua privata isola di sogni. La musica come idolo da venerare. Fra amici ed allievi. Le parole scambiate fra di noi: poche. Eppure quelle poche, e scarne, restano. Significa che hanno lasciato traccia. E’ virtù di pochi, questo. Eriberto Scarlino transit. Eppure resta. Non posso dirvi di più su di lui Mi dovete perdonare. Ma vale la memoria del suo sorridere; spesso sottinteso. Quella insegna vale. Perlomeno per me, e sufficiente per non scordare.

Alberto Ventura

Cari Adalberto e Rosa,

… mentre ero seduto nel salotto della casa della vostra mamma, guardavo quel pianoforte “Pleyel” con la tastiera aperta e la mente si affollava dei ricordi.

Più si va in là con gli anni più si matura le esperienze; man mano che il proprio lavoro viene riconosciuto dal successo, il sentimento di riconoscenza va indietro nel tempo a chi, primo, ci aprì l’anima a certe verità.

Come ebbe a dirmi una volta Mario Castelnuovo Tedesco, il maestro Scarlino era un punto di riferimento del “gusto musicale” (allora si definiva così) e proprio questa sua straordinaria attitudine era quella che costantemente cercava di trasfondere in noi allievi.

Che dire? “Images” di Debussy o il “Preludio Corale e Fuga” di Franck sono esecuzioni che ancor oggi mi sembra di aver appena finito di ascoltare.

Tale fu il suo magistero: di far sentire inadeguato il sentimento di gratitudine che noi, suoi allievi serbiamo per lui.